| Interviste: Fotogiornalismo in Italia - L'esperienza di Piergiorgio Branzi |
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In questa intervista il grande giornalista e fotoreporter italiano racconta il suo approccio alla fotografia, i cambiamenti del fotogiornalismo, l'influenza delle immagini di Cartier Bresson e di Ansel Adams, gli anni alla RAI come inviato in Russia...(di Sandro Pintus)
Fotogiornalismo in Italia. L'esperienza di un grande fotografo
Intervista a Piergiorgio Branzi
di Sandro Pintus
Come è cambiata la fotografia dagli anni ‘50 ad oggi?
E’ cambiato soprattutto il modo, e lo scopo di fare fotografia. Sono cambiati
gli autori, non soltanto per cause generazionali. Con l’esaurimento dei principi
estetici della “Bussola” e la nascita del “Misa”, con Giacomelli, io stesso
ed altri giovani, si può dire cambi indirizzo la fotografia italiana. I fotografi
della “Bussola” facevano una ricerca puntigliosa della forma e della luce. Con
noi giovani prende avvio anche una ricerca della fotografia cosiddetta di “impegno”.
Come si è avvicinato alla fotografia?
Dopo aver visto una mostra di Cartier Bresson: una illuminazione! Cercai di
documentarmi su questa, per me, nuova disciplina, ma in giro c’era ben poco:
alla Biblioteca Nazionale di Firenze, dove allora vivevo, c’erano solo un paio
di volumi di Peretti Griva di vedute romane, un autore strettamente “pittoricista”
che mi diceva ben poco. Per fortuna all’ufficio USIS, una organizzazione propagandistica
americana che diffondeva documentari cinematografici, libri e riviste, trovai
un inserto sui fotografi americani. Imparai a conoscere così Ansel Adams, Eugene
Smith, e tutti gli altri. Personalmente cominciai a fotografare nel ‘53-’54,
e a metà degli anni Cinquanta, sempre a Firenze, conobbi casualmente i fotografi
della “Bussola”. Ma allo scadere degli anni Cinquanta noi giovani avvertivamo
l’esigenza di un impegno a livello professionale. I tempi del dopo-guerra erano
passati, ci avvicinavamo a quelli del “boom economico” e della stampa in rotocalco,
dove la fotografia stava assumendo un ruolo preminente.
Quali cambiamenti faceste?
Eravamo tutti quanti affascinati dal Sud d’Italia con il suo ricco patrimonio
umano, che fino ad allora non avevamo conosciuto, e che ci fece intraprendere
un viaggio con un’attenzione verso mondi diversi, sia in patria che all’estero.
Nasce così anche l’impegno culturale, la fotografia intesa come impegno sociale.
E’ anche il periodo d’oro de “Il Mondo” di Pannunzio, con la sua indagine di
costume, e che pubblica le nostre foto con grande dignità.
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Firenze, Circo all'aperto - 1954
Una delle foto di Piergiorgio Branzi che "Fotoreporter" ospita nella
Gallery
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Come è stato il suo passaggio
dalla fotografia al giornalismo?
Durante le mie collaborazioni con le riviste, per piazzare le foto facevo anche
i testi scritti. Si presentò poi l’occasione di entrare alla RAI nel momento
in cui allargarono gli organici per le Olimpiadi del ‘60. Avevo anche esperienza
di documentarista cinematografico e fui assunto in qualità di “giornalista-reporter”,
secondo una tipologia professionale americana purtroppo abbandonata (ma che
oggi riemerge con forza). Facevo cioè le riprese filmate e le accompagnavo da
un testo, da un commento. Lo facevo soprattutto nelle trasferte estere, perché
c’erano problemi sindacali, sia da parte dei giornalisti che da parte degli
operatori. Nel 1962 Enzo Biagi, che allora era direttore del Telegiornale, mi
mandò a Mosca.
Come fu la sua esperienza sovietica dal punto di vista fotografico?
Lavorai in URSS per quattro anni, sia per la radio che per la televisione, con
grosse difficoltà perché erano tempi di “guerra fredda stretta”. Oltretutto
fui il primo corrispondente radio-televisivo occidentale, con tutto ciò che
questo, a quel tempo, comportava. Dal punto di vista delle riprese con l’apparecchio
fotografico non era certo più facile, perché non era permesso fotografare, almeno
ufficialmente. Anche per questo ho riportato una serie di appunti fotografici
su luoghi e personaggi di ambiente generico, che mi avevano colpito per il loro
carattere umano, rivelatore di un particolare costume di vita. Purtroppo non
ho potuto conoscere la consistenza della fotografia sovietica, proprio perché
i contatti privati erano difficili. Me ne dispiace perché ho poi verificato
che c’erano validissimi fotografi.
Che ne è stato delle immagini scattate in URSS?
Le ho tenute nel cassetto per oltre 25 anni, perché non avrei voluto che venissero
utilizzate impropriamente, strumentalizzate a scopo politico. Solo negli anni
‘80, su insistenza della Galleria Diaframma di Milano, le ho stampate e ordinate
per una mostra.
In che tipo di fotografia si identifica?
Quasi tutti i fotografi della mia generazione si indirizzarono verso una attività
di livello professionale, in particolare il fotogiornalismo. Per quanto mi riguarda
non ho mai fatto foto di attualità e neppure “esotiche”. Sono sempre stato attratto
dall’uomo e dall’ambiente nel quale vive, si identifica.
Come vede la fotografia del XXI secolo?
C’è il rischio di soffermarsi solo sulla bellezza della foto singola. Voglio
sperare si cominci a vedere sempre più colui che sta dietro l’obiettivo, quello
che intende dirci, la sua cultura non solo fotografica.
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