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1966: L'alluvione di Firenze


Il 4 novembre del 1966
l'Arno allagava la città.
Le immagini e i racconti
di quei giorni in un libro.
Dal senatore USA
Ted Kennedy
al prof.Umberto Baldini,
dal ministro Vannino Chiti
al prof. Alfio Del Serra
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Interviste: Fotogiornalismo in Italia - L'esperienza di Piergiorgio Branzi

FotoreporterOn Line In questa intervista il grande giornalista e fotoreporter italiano racconta il suo approccio alla fotografia, i cambiamenti del fotogiornalismo, l'influenza delle immagini di Cartier Bresson e di Ansel Adams, gli anni alla RAI come inviato in Russia...(di Sandro Pintus)

Fotogiornalismo in Italia. L'esperienza di un grande fotografo
Intervista a Piergiorgio Branzi
di Sandro Pintus

Come è cambiata la fotografia dagli anni ‘50 ad oggi?

E’ cambiato soprattutto il modo, e lo scopo di fare fotografia. Sono cambiati gli autori, non soltanto per cause generazionali. Con l’esaurimento dei principi estetici della “Bussola” e la nascita del “Misa”, con Giacomelli, io stesso ed altri giovani, si può dire cambi indirizzo la fotografia italiana. I fotografi della “Bussola” facevano una ricerca puntigliosa della forma e della luce. Con noi giovani prende avvio anche una ricerca della fotografia cosiddetta di “impegno”.

Come si è avvicinato alla fotografia?

Dopo aver visto una mostra di Cartier Bresson: una illuminazione! Cercai di documentarmi su questa, per me, nuova disciplina, ma in giro c’era ben poco: alla Biblioteca Nazionale di Firenze, dove allora vivevo, c’erano solo un paio di volumi di Peretti Griva di vedute romane, un autore strettamente “pittoricista” che mi diceva ben poco. Per fortuna all’ufficio USIS, una organizzazione propagandistica americana che diffondeva documentari cinematografici, libri e riviste, trovai un inserto sui fotografi americani. Imparai a conoscere così Ansel Adams, Eugene Smith, e tutti gli altri. Personalmente cominciai a fotografare nel ‘53-’54, e a metà degli anni Cinquanta, sempre a Firenze, conobbi casualmente i fotografi della “Bussola”. Ma allo scadere degli anni Cinquanta noi giovani avvertivamo l’esigenza di un impegno a livello professionale. I tempi del dopo-guerra erano passati, ci avvicinavamo a quelli del “boom economico” e della stampa in rotocalco, dove la fotografia stava assumendo un ruolo preminente.

Quali cambiamenti faceste?

Eravamo tutti quanti affascinati dal Sud d’Italia con il suo ricco patrimonio umano, che fino ad allora non avevamo conosciuto, e che ci fece intraprendere un viaggio con un’attenzione verso mondi diversi, sia in patria che all’estero. Nasce così anche l’impegno culturale, la fotografia intesa come impegno sociale. E’ anche il periodo d’oro de “Il Mondo” di Pannunzio, con la sua indagine di costume, e che pubblica le nostre foto con grande dignità.


Firenze, Circo all'aperto - 1954
Una delle foto di Piergiorgio Branzi che "Fotoreporter" ospita nella Gallery

Come è stato il suo passaggio dalla fotografia al giornalismo?

Durante le mie collaborazioni con le riviste, per piazzare le foto facevo anche i testi scritti. Si presentò poi l’occasione di entrare alla RAI nel momento in cui allargarono gli organici per le Olimpiadi del ‘60. Avevo anche esperienza di documentarista cinematografico e fui assunto in qualità di “giornalista-reporter”, secondo una tipologia professionale americana purtroppo abbandonata (ma che oggi riemerge con forza). Facevo cioè le riprese filmate e le accompagnavo da un testo, da un commento. Lo facevo soprattutto nelle trasferte estere, perché c’erano problemi sindacali, sia da parte dei giornalisti che da parte degli operatori. Nel 1962 Enzo Biagi, che allora era direttore del Telegiornale, mi mandò a Mosca.

Come fu la sua esperienza sovietica dal punto di vista fotografico?

Lavorai in URSS per quattro anni, sia per la radio che per la televisione, con grosse difficoltà perché erano tempi di “guerra fredda stretta”. Oltretutto fui il primo corrispondente radio-televisivo occidentale, con tutto ciò che questo, a quel tempo, comportava. Dal punto di vista delle riprese con l’apparecchio fotografico non era certo più facile, perché non era permesso fotografare, almeno ufficialmente. Anche per questo ho riportato una serie di appunti fotografici su luoghi e personaggi di ambiente generico, che mi avevano colpito per il loro carattere umano, rivelatore di un particolare costume di vita. Purtroppo non ho potuto conoscere la consistenza della fotografia sovietica, proprio perché i contatti privati erano difficili. Me ne dispiace perché ho poi verificato che c’erano validissimi fotografi.

Che ne è stato delle immagini scattate in URSS?

Le ho tenute nel cassetto per oltre 25 anni, perché non avrei voluto che venissero utilizzate impropriamente, strumentalizzate a scopo politico. Solo negli anni ‘80, su insistenza della Galleria Diaframma di Milano, le ho stampate e ordinate per una mostra.

In che tipo di fotografia si identifica?

Quasi tutti i fotografi della mia generazione si indirizzarono verso una attività di livello professionale, in particolare il fotogiornalismo. Per quanto mi riguarda non ho mai fatto foto di attualità e neppure “esotiche”. Sono sempre stato attratto dall’uomo e dall’ambiente nel quale vive, si identifica.

Come vede la fotografia del XXI secolo?

C’è il rischio di soffermarsi solo sulla bellezza della foto singola. Voglio sperare si cominci a vedere sempre più colui che sta dietro l’obiettivo, quello che intende dirci, la sua cultura non solo fotografica.


 
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