Un servizio, al quale le rivista americana Newsweek ha dedicato la copertina, mette in discussione gli studi sui neonati portati avanti fino a poco tempo fa e che ci facevano vedere i bebè come piccoli esseri nei quali le emozioni si formavano attraverso le esperienze della vita quotidiana. I piccoli invece, secondo gli ultimi studi, provano emozioni come frustrazione, empatia, gelosia e paura.
Il cervello dei neonati risulta infatti è molto più sofisticato di ciò che si credeva fino ad oggi. A sole 10 settimane il bebè sviluppa la nozione di “permanenza dell'oggetto” che gli fa capire che, quando la mamma esce, non va via per sempre mentre 3 mesi il piccolo può avere ansia o depressione. Il neonato, a 4 mesi, comincia a notare piccole differenze nei visi e a cogliere le emozioni osservando il volto di chi gli sta intorno. Si è scoperto che a 9 mesi sviluppa la capacità di apprendere una lingua straniera e all'età di 11 mesi, guardandoli negli occhi, comincia a intuire i pensieri degli adulti che gli sono più vicini.
Paolo Curatolo, ordinario di Neuropsichiatria infantile all’università romana di Tor Vergata e presidente della Società internazionale di neurologia infantile, intervistato dal Corriere della Sera sull'argomento dice che “Nei vecchi libri tutto era concentrato nelle funzioni motorie, oggi sull’emotività. Medici e genitori devono sapere che il primo anno di vita è fondamentale per la crescita. Queste conoscenze inoltre possono essere molto utili per mettere a punto test diagnostici che ci consentano di scoprire già da piccolissimi i bambini più esposti al rischio di patologie importanti, come l’autismo”.