Immigrazione e sicurezza. A colloquio con Laura Boldrini
Data: Venerd́, 11 dicembre @ 23:58:38 CET
Argomento: CatPress Speciali





Laura Boldrini, portavoce per l'Italia dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr), al XVI Seminario di formazione per giornalisti che si è tenuto a Capodarco di Fermo dal 27 al 29 novembre 2009, ha parlato dei rifugiati e di ciò che si fa (e non si fa) in Italia a livelli istituzionale e nei media. Non a caso il titolo del seminario era “Disorientati” perché i giornalisti, oggi appaiono senza bussola.






Laura Boldrini, portavoce Unhcr in Italia, al seminario per giornalisti a Capodarco.
(Foto di Camilla Lattanzi)

Come mettersi nei panni dell' “altro”?

Per esempio cercando di capire come si sente una donna che ha dovuto subire le peggiori violenze, fuggita dal suo paese per cercare rifugio. E' importante fare in modo che possa essere resa nota la sua situazione. Io, con molta attenzione, tendo a dare voce a questo tipo di situazioni,  anche alzando la voce come rappresentante delle Nazioni Unite. Cerco di far comprendere che non è tollerabile respingere chi chiede asilo.

C'è chi dice che l'Acnur non deve interferire negli affari interni di un governo ma l'agenzia Onu per i rifugiati deve intervenire nel momento in cui non viene rispettato il diritto internazionale. Quando si dice che viene messo in atto il respingimento la persona respinta deve avere delle garanzie.

L'articolo 33 (divieto d’espulsione e di rinvio al confine n.d.r) della Convenzione di Ginevra del 1951 dice che il migrante non può essere respinto se c'è rischio per la vita o per la libertà di chi è fuggito. Ci sono uomini, donne e bambini che vengono respinti e finiscono in una prigione libica colpevoli solamente di essere fuggiti da un bombardamento.
Qualcuno però gioisce perché il Centro di Lampedusa è finalmente vuoto. E' vuoto semplicemente perché i richiedenti asilo vengono rispediti indietro.

Per quale motivo la “maggioranza” dei cittadini e il governo italiano fanno in modo che tener fuori dal paese i richiedenti asilo possa portare sicurezza?

Gli italiani hanno ragione ad aver paura. Anche a me viene paura vedendo i talk show in TV. Bisogna mettersi nei panni di una qualsiasi casalinga che assiste a quel tipo di programmi: ha paura. Per almeno una decina di anni ha visto dibattiti su immigrazione e sicurezza e il risultato - il più delle volte - è negativo. Mai viene mostrato il fattore umano dell'immigrazione, quel fattore che ci arricchisce. Se il dibattito pubblico esprime solo allarme verso l'immigrazione è normale aver paura. Tante persone sono confuse perché ciò che vedono fa loro spavento.
L'immigrazione raccontata in televisione da giornalisti e politici è completamente diversa dall'immigrazione vissuta quotidianamente dalle persone comuni che magari hanno una badante ucraina.
In accordo con l'Ordine dei giornalisti, nel 2008, abbiamo promosso la Carta di Roma per proteggere gli immigrati e le loro famiglie. Questa Carta è un potente strumento per proteggere le vittime della tratta di esseri umani.

Quanto è importante il lessico a cui fa riferimento la Carta di Roma?

E' fondamentale. E' estremamente negativo mettere tutti gli immigrati nel calderone della parola clandestino.  E non c'è niente di negativo nel non avere i documenti tra coloro che fuggono da una situazione di guerra e di pericolo.

Nel momento in cui ci accorgiamo che media e politica costruiscono la “minaccia” attraverso la parola “clandestino” in che modo possiamo smontare questo pericolo? E' possibile averne un monitoraggio?

E' difficile perché partiamo da una sorta di pensiero unico nel quale è accettata la tesi clandestino = pericolo.
Uno strumento che utilizzo costantemente sono i numeri: per esempio il 75% degli immigrati arrivati nel 2008 ha fatto richiesta di asilo. Delle 31 mila richieste il 50% sono state accettate come aventi diritto alla richiesta di asilo.
La Carta di Roma è un utile strumento anche per i giornalisti ed è mio compito facilitare il loro lavoro. Inoltre la Carta prevede anche un Osservatorio che dovrebbe monitorare la situazione. Tutto ciò è stato possibile anche grazie alla collaborazione con 27 organizzazioni della società civile.

Come è avvenuto il passaggio dai Centri di permanenza temporanea (Cpt) ai Centri di identificazione ed espulsione (Cie)?

Di fatto c'è un'impostazione che fa vedere l'immigrato come figura minacciosa che, nonostante abbia il diritto di arrivare, viene respinto. Nel “pacchetto sicurezza” ci sono parti che riguardano l'immigrazione e questo inserimento fa pensare a qualcosa di negativo. Bisogna ricordarsi che la società cambia e questa mutazione è fisiologica. E' un'evoluzione naturale. Questo cambiamento possiamo osservarlo meglio nel Regno Unito ricco di diverse etnie. Inoltre si tende a usare il fattore religioso: l'ultimo esempio è l'operazione White Christmas (a Coccaglio, nel bresciano, dove il sindaco Franco Claretti ha preparato l’operazione White Christmas per pulire il comune dagli extracomunitari n.d.r).

Quanto è possibile informare su quello che succede in Libia sui migranti? E perché il cittadino non viene informato su ciò che succede nel Corno d'Africa riguardo a coloro che fuggono dalla situazione di guerra e di pericolo?

Non sono mai stata in Libia ma ho passato molto tempo a Lampedusa. Per conoscere la situazione dei migranti in Libia basta parlare con coloro che, dal paese nord africano, arrivano in Italia. Il mio lavoro consiste anche nel fare in modo che i giornalisti possano vedere la realtà dei migranti nei loro paesi di origine e l'iter che fanno. L'ultima di queste missioni l'ho fatta con 15 giornalisti in Yemen, luogo nel quale arrivano i migranti somali.
E' stato l'ultima perché manca l'interesse dei media: non sono nemmeno disposti a investire per pagare il viaggio ai loro corrispondenti. E' difficile fare informazione sui paesi d'origine dei migranti perché da parte dei media non c'è attenzione.

Un centinaio di rifugiati, a Torino, hanno occupato l'ex clinica San Paolo, perché hanno fatto questa azione?


I rifugiati non vogliono vivere di assistenza. Non è vero che hanno una corsia preferenziale. Hanno però bisogno di essere accompagnati per diventare autosufficienti. Proviamo a pensare a uno di noi che arriva in Giappone senza parlare la lingua e senza conoscere il paese. Saremmo in difficoltà. I rifugiati sono persone con una grande carica e con un potenziale straordinario ma oggi i Comuni hanno sempre meno risorse economiche e in futuro ce ne saranno sempre meno.

A cosa è dovuto il silenzio sui respingimenti e il silenzio delle Nazioni Unite in Libia?

L'Alto commissariato per i rifugiati lavora in 160 nazioni e si deve adattare alle diverse situazioni di questi paesi.
In Libia siamo presenti ma non siamo riconosciuti. Non abbiamo capacità di incidere né abbiamo accesso alle strutture. Però non pretendiamo di fare qualcosa che non facciamo. Ricordiamo che c'è la minaccia di essere considerati non graditi e di essere espulsi dal paese. Facciamo la politica dei piccoli passi e vogliamo fare in modo che i migranti possano avere le migliori condizioni. A piccoli passi, ora in Libia siamo riusciti a visitare a 10 Centri di detenzione.

(sp)

(12 dicembre 2009)

Vedi anche:
- I diritti dei rifugiati
- L’Agenzia dell’ONU per i Rifugiati
- La Carta di Roma
- Non solo numeri”, kit per le scuole su migrazione e asilo






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