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| 1966: L'alluvione di Firenze
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Il 4 novembre del 1966
l'Arno allagava la città.
Le immagini e i racconti di quei giorni in un libro.
Dal senatore USA Ted Kennedy al prof.Umberto Baldini, dal ministro Vannino Chiti al prof. Alfio Del Serra
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| Cinema: ''Nisida. Grandir en prison'' film di Lara Rastelli |
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Il film di Lara Rastelli scava all’interno della condizione contraddittoria in cui vivono i ragazzi ospitati negli istituti di detenzione per minori.
Un’immagine solare, certamente positiva, se non fosse per le sbarre alla finestra che separano il ragazzo dalla superficie lucente dell’acqua. A parlare è Enzo che, insieme a Rosario e Samir è uno dei tre protagonisti del documentario che Lara Rastelli ha girato dal marzo 2003 al marzo del 2005 nel carcere minorile di Napoli, sull’isola di Nisida.
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Nisida, l'isola sede del penitenziario per minori
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"Nisida. Grandir en prison" (Nisida. Crescere in prigione) scava all’interno della condizione contraddittoria in cui vivono i ragazzi ospitati negli istituti di detenzione per minori: allontanati dal mondo reale per scontare il prezzo dei loro errori, sono chiamati al tempo stesso a compiere un percorso di rieducazione, ancor più arduo per chi, come la maggior parte di loro, parte da condizioni economiche e sociali svantaggiate.
Nel film è lo stesso luogo – un’isola – ad assurgere a simbolo di questo stato di separazione dal mondo esterno che, se da un lato priva i ragazzi dagli affetti e dalle amicizie, privandoli della libertà (la parte che concerne la pena), dall’altro suggerisce la possibilità, proprio grazie all’isolamento a cui sono costretti, di usufruire di una condizione protetta al cui interno recuperare, attraverso l’aiuto di insegnanti ed educatori, i presupposti per un positivo reinserimento nella società (la parte che riguarda la rieducazione).
Lara Rastelli ha seguito con pazienza i percorsi dei tre protagonisti e, proprio grazie al rapporto privilegiato che è riuscita a instaurare con loro, la sua macchina da presa da semplice strumento di registrazione della realtà è diventata una lastra sensibile sulla quale si sono depositati le loro emozioni, le loro paure, i loro sogni di adolescenti sicuramente a rischio, certamente problematici ma, in fondo, non molto diversi dai loro coetanei.
In ottemperanza non solo alle condizioni imposte dall’autorità carceraria ma anche a quelle dettate dal rispetto civile per l’identità dei ragazzi, la regista ha potuto effettuare le riprese facendo indossare loro delle maschere. La prima immagine di "Nisida. Grandir en prison" è quella di un ragazzo di spalle che da una finestra a strapiombo guarda il mare – uno splendido tratto di costa dai colori inconfondibilmente mediterranei – e parla dell’estate ormai prossima, immaginando il momento in cui potrà prendere il sole e fare il bagno insieme agli altri.
Si tratta di una scelta pienamente condivisa dai ragazzi che, nelle prime sequenze del film, vediamo all’opera per fabbricarle con stoffa e pennelli: le maschere, infatti, assolvono non solo il compito di proteggerli dagli sguardi altrui, ma costituiscono probabilmente un elemento che consente loro di parlare più apertamente, di liberarsi dai condizionamenti della realtà carceraria e da quelli creati dalla situazione delle riprese.
E' la funzione millenaria di questo accessorio scenico che da sempre ha consentito agli attori di nascondersi in quanto singoli esseri umani agli occhi dei propri simili che si trovavano al di là della quarta parete dello spazio scenico per proiettarsi all’interno di una dimensione dove atti, gesti e parole assumono un valore diverso da quello della semplice quotidianità. Nel caso di Nisida. Grandir en prison, tuttavia, le maschere sembrano avere una terza funzione, quella di proteggere anche noi spettatori da una realtà poco conosciuta, da una condizione di marginalità che si tende istitntivamente a rifiutare o ad accettare passivamente.
Il filtro creato dalle maschere, dunque, libera tutti gli “attori” coinvolti nella catena della comunicazione che è alla base dello scambio cinematografico (i ragazzi, gli spettatori, probabilmente la stessa regista) da ruoli predefiniti, da rigidità acquisite, permettendo soprattutto al pubblico di guardare al film con maggiore consapevolezza, di accettare con più freddezza una frontalità altrimenti difficilmente tollerabile.
A emergere è soprattutto la condizione liminare e ambivalente in cui vivono i ragazzi, dei quasi-adulti, molti dei quali vivono per mesi in una condizione sospesa: alcuni di loro sono in attesa di giudizio e guardano al passaggio tra i “definitivi” come a una liberazione (lo stesso Enzo, nella sequenza sopra citata spera che il passaggio avvenga al più presto proprio per poter usufruire di una serie di benefici che, paradossalmente, sono riservati solo a chi ha raggiunto la certezza della pena); molti sono coloro che, raggiunti i ventun’anni e avendo da scontare ancora una parte della propria pena, vivono nell’incerta alternativa tra il passaggio al carcere normale e una messa alla prova costituita dalla libertà provvisoria vincolata a un lavoro fisso.
Tutti, comunque, patiscono una sorta di assuefazione alla condizione carceraria, in molti casi vista come unica alternativa alla vita “normale” oppure accettata supinamente come dimensione complementare a quella delinquenziale dalla quale ben pochi tra loro pensano di poter sottrarsi. Nisida, in fondo, è un bel posto, la vita non è così tremenda “dentro”, le attività organizzate per favorire il recupero sono interessanti, mentre fuori il confronto con la realtà, a Napoli in particolare segnata da una forte presenza camorristica, sarà spietato.
Con "Nisida. Grandir en prison", Lara Rastelli ha il merito di essersi fatta carico con grande sincerità di tutte queste contraddizioni, portandole alla luce attraverso le testimonianze dei diretti interessati, allo stesso modo in cui un’altra regista italiana, Costanza Quatriglio, ha scandagliato un altro "punto cieco" della nostra società, quello costituito dai minori stranieri non accompagnati, con il suo recente "Il mondo addosso", un film che, al contrario di Nisida, è girato quasi tutto "di spalle", ovvero facendo attenzione a non inquadrare mai in volto alcuni dei suoi protagonisti. I due documentari indagano con grande sensibilità e al tempo stesso con schiettezza che non scade mai nella polemica sterile (anzi, esaltando sempre le esperienze positive) all’interno di due dimensioni sconosciute alla maggioranza degli spettatori e spesso legate a filo doppio, riuscendo a evidenziare tutte le criticità di un sistema ricco di contraddizioni che, forse anche grazie alle indicazioni fornite dai loro film, può trovare gli strumenti per cambiare.
Fabrizio Colamartino – CAMERA
(27 aprile 2007)
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