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| 1966: L'alluvione di Firenze
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Il 4 novembre del 1966
l'Arno allagava la cittŕ.
Le immagini e i racconti di quei giorni in un libro.
Dal senatore USA Ted Kennedy al prof.Umberto Baldini, dal ministro Vannino Chiti al prof. Alfio Del Serra
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| Interviste: Cantastorie ma scrittore per caso. Conversazione con Maurizio Maggiani |
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Una decina di libri pubblicati e un notevole successo di pubblico e di critica. Lo scrittore racconta come scrive i suoi romanzi e come ha imparato a raccontare le sue storie. Maggiani è un cantastorie approdato alla scrittura per caso.
In molti si chiedono: ma Maggiani come scrive i suoi romanzi? Come nasce un’idea? Come fai a coinvolgere il lettore in modo così energico?
Guarda io non posso dare giudizi su di me perché penso sia stupido dare giudizi su se stessi poi non credo nemmeno di essere in grado. Posso dire che io non sono fra i miei autori preferiti, questo è un fatto, però sono anche uno che ha delle storie da raccontare. E’ inutile, è così, è la cosa che faccio: so raccontare delle storie, ho delle storie da raccontare e so raccontarle.
Raccontare delle storie non è scrivere delle storie, scrivere delle storie è un passaggio ulteriore. Io ho cominciato a raccontare delle storie che avevo tre anni quattro anni, mi si dice, e ho anche dei ricordi. Ho cominciato a scriverle alla fine degli anni ’80 quindi, come dire, non ho avuto come si dice la vocazione; ecco la vocazione a fare lo scrittore non l’ho mai avuta, non ce l’ho, non vedo l’ora di cambiare mestiere per altro perché vorrei morire avendo fatto dell’altro nella vita e se mi sarà concesso di avere ancora vita.
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Maurizio Maggiani durante l'intervista
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Quando hai cominciato a scrivere?
Ho cominciato a scriverle le storie perché mi è stata data questa opportunità che non sapevo di avere. Io non sapevo di avere la capacità e la possibilità di scrivere le storie che raccontavo, mi è stata data nel modo del tutto fortuito e casuale, quello che si dice un colpo di fortuna.
Fu una vicenda del caso. Una lettera che io avevo scritto alla mia ragazza, mi è stata rubata da un mio amico ed è stata mandata a un concorso letterario famoso perché si tenne una sola volta: il concorso del settimanale l’Espresso per un racconto inedito. Io vinsi quel concorso senza volerlo, lo voleva il mio amico che era uno bravo.
Di mestiere faceva anche il critico letterario; tra l’altro non sono nemmeno fra i suoi autori preferiti, abbiamo altri autori preferiti io e lui, comunque e mi è stata data questa opportunità. Ma ora è diventato il tuo mestiere... Raccontare storie è quello che so fare, scrivere storie è il mio lavoro.
Insomma, il mio 740 viene dai diritti d’autore per le storie che scrivo. Io non ho cominciato bene credo, credo di avere avuto all’inizio poco rispetto per il lettore. Tu dici: come fa Maggiani a coinvolgerci. Io all’inizio della mia carriera di romanziere ho avuto poco rispetto per il lettore preso com’ero dalla considerazione di me stesso che è la peggiore forma di edonismo professionale, cioè l’idea di raccontare a se stessi.
Se c’è una cosa che io proprio detesto è quando sento dire ma io scrivo per me stesso che è una malattia. Io parlo da solo ma non è mica un bel segno parlare da soli e scrivere per se stessi forse è anche peggio di parlare a se stessi. Io scrivo al computer, da sempre ho problemi di vista e quindi sai cosa faccio la mattina? Quando mi metto a scrivere la mia faccia si riflette nel monitor e la prima cosa che faccio è cancellarla perché non è a quello lì che io racconto è a un altro che cerco, trovo, so dov’è, lo chiamo, lo metto lì davanti a me e racconto a lui.
Allora riproduco in qualche modo al computer, nella solitudine dello studio, davanti a uno strumento elettronico riproduco, cerco di riprodurre, credo di riuscirci la situazione di mezz’ora fa dove ci sono io, te e un altro. Ci guardiamo negli occhi accettiamo l’uno la presenza dell’altro. Questo è quello che faccio. Poi tutto ciò diventa scrittura. La scrittura può diventare una bellissima forma di riduzione della narrazione orale, può diventarlo. Provare a scrivere come se ti raccontassi è un gioco che sta funzionando, vedo che funziona, ci riesco e allora significa inventare in qualche modo anche una lingua adatta perché non è la lingua letteraria tipica, soprattutto italiana.
La letteratura italiana è piena di queste pagine dove l’io dello scrittore prolassa, prolassa come un rigurgito ed è esattamente il contrario di quello che voglio fare io. Se io guardassi te e volessi raccontarti qualcosa di me che non sia rivolto a te, che non sia un gesto di generosità nei tuoi confronti ma sia un gesto di egoismo nei tuoi confronti, farei un brutto racconto, cattiva letteratura.
Qual è il romanzo al quale sei più affezionato?
Di quelli che ho scritto io nessuno. Nessuno perché è un uso che non mi posso permettere l’affezione. Tu sai benissimo che la rovina di un giovane uomo, di una giovane donna è una madre troppo affezionata, è una madre che non ti fa partire, che non ti fa andare via. E' una madre che non sa avere altri figli e io se volessi bene alle cose che ho fatto non potrei farne di altre o potrei ripetere soltanto quello che ho già fatto.
Che rapporto hai con il sogno? Dai retta ai sogni, sogni i tuoi romanzi, sogni i tuoi personaggi? Oppure è qualcosa che ti viene quando ti metti davanti al computer?
Sai, ho passato l’infanzia ad ascoltare storie dopo cena e mi addormentavo sempre. Avevo sei anni, sette anni e dopo un po’ dormivo e mi portavano a letto in braccio. Mentre andavo a letto avevo ancora nelle orecchie questo pissipissi che c’era in cucina e mi addormentavo con questi pissipissi e sognavo mischiando quei pissipissi coi miei sogni e mi svegliavo che avevo ancora un po’ di sogno un po’ di pissipissi e in più quello che guardavo quello che toccavo durante il giorno.
Ho un difetto di percezione della realtà; se ho una qualità come romanziere mi viene da questo difetto: una difettosa percezione della realtà che mi ha creato una serie di problemi, puoi immaginarlo, dal punto di vista della vita sociale pratica. Alla fine a questa malformazione io mi sono arreso e quindi adesso non me ne frega più niente, ma proprio più niente. Non sto più a chiedermi se questo è vero perché l’ho visto, attenzione è vero perché l’ho visto o meglio perché è reale. La verità è una cosa che non mi interessa tantissimo, è reale perché l’ho visto, l’ho toccato oppure perché l’ho sentito, l’ho sognato?
Non c’è differenza?
No, non ne faccio più, non mi interessa più mi sono arreso a me stesso. Ciò che è reale, poi la verità.....
Nel Coraggio del pettirosso una danza continua tra la vita e la morte dei personaggi. E' un continuo vivere però allo stesso tempo aver paura della morte e riuscire a sopravvivere. Che rapporto hai con la vita e con la morte?
Guarda dopo tante lotte e battaglie io mi sono arreso alla vita e arrendendomi alla vita mi sono arreso alla morte. Per morte intendi come l’estinzione della mia individualità amministrativa immagino...
Sì, la paura che abbiamo tutti di morire...
Sì, di cessare di appartenere all’elenco degli elettori, questo è no? Se intendi questo mi sono arreso alla vita e quindi se mi arrendo alla vita mi arrendo alla morte. Io non ho più paura di vivere e non ho più paura di morire. Ho paura di soffrire vivendo e di soffrire morendo questo sì.
Sei un essere umano insomma...
Banalmente sì. Non ho da dare gran verità su questo tema dopo di che l’ultimo romanzo che sto scrivendo, che spero sia veramente l’ultimo, vedrò di trovare qualcos’altro da fare. E' un romanzo dove ci sono un sacco di orfani quindi probabilmente il tema della vita e della morte c’è. Adesso non te lo saprei dire però visto che c’è un sacco di orfani anche perché, alla fine, tutti siamo orfani. basta aspettare.
A volte anche prima
Anche prima sì certo, si può anche nascere orfani. L’orfanità mi interessa moltissimo. Quando vivevo a Firenze, tutti i giorni, per tre anni sono passato all'Istituto degli Innocenti. Il libro che sto scrivendo è un romanzo di orfani. Chissà perché poi ma mi è venuto...
Puoi dire già il titolo?
Chi lo sa. Il titolo è sempre una roba che viene all’ultimo. C’è sempre un concorso nazionale per trovarlo perché non si trova mai, è un casino il titolo. Ne ho uno provvisorio ma non te lo posso dire se no mi ammazzano, se non lo scrivi te lo dico ma è molto provvisorio.
Ha a che fare sicuramente con l’universo. Mi sembra che sei un fan dell’universo, un appassionato, o sbaglio?
Certo, un fan dell’universo? Sì, perché sì. Perché è sempre una realtà. No, non è nemmeno una realtà è qualcosa di più di una realtà è una consistenza sempre più vasta di quanto tu possa digerire e quindi è sempre un elastico che ti porta avanti. E' una fionda ogni volta che ci pensi.
Sandro Pintus
(6 novembre 2009)
Vedi anche:
Accettare il futuro è negare la morte
Lo scrittore e i romanzi
Il castello di Romena
La Pieve di Romena
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